Se la cura di un figlio non fosse più il destino “naturale” della donna?

Opinion - author: titanus - posted: 16-10-2011

Che la donna non dovesse mai aver bisogno di affermare la sua individualità, che fosse destinata a “vivere per gli altri”, “amare e partorire”, e che questo sacrificio di sé facesse di lei una “religione”, era stato il massimo tributo che pensatori del secolo precedente, come Michelet, Bachofen, Mantegazza, avevano creduto di fare alla “differenza” femminile.
“La donna madre è la donna completa: la donna giovane, bella, ricca non è né può essere felice se in lei non palpita la maternità.
Stretta tra il sacro e il naturale, la madre è il primo e l’ultimo tabù della cultura maschile dominante, e, per le donne, l’esperienza che rischia di vederle divise. Oppure – perché no?- l’inizio di un movimento capace di spingersi più a fondo nell’analisi del rapporto tra i sessi e, soprattutto, di incontrare il cambiamento che sta avvenendo, sia pure ancora per una piccola minoranza, anche da parte maschile.
Se dunque si trattasse di ammettere che la cura, la crescita e l’educazione di un figlio non è più il destino “naturale” femminile, ma la responsabilità collettiva di uomini e donne, genitori biologici e non biologici?
Nel suo “diario di bordo” , tenuto fino al compimento dei cinque anni di età del figlio, e pubblicato col titolo Compagno di viaggio. Appunti sulla paternità (Edizioni Libreria Croce di Fabio Croce, Roma 2010), Gian Carlo Marchesini scrive:
“Un padre realmente disponibile contribuisce a far sì che la madre verso i figli sia, in quanto sola, sempre meno castrante. E la madre può, finalmente, non essere più così angosciata da sensi di colpa per il tempo sottratto ai figli dall’impegno nel lavoro. E che cosa c’è di meglio, per le cartilagini emotive di un uomo adulto, per la sua capacità di ascolto e accoglienza, di un attivo, quotidiano esercizio di paternità capace di evitargli la sola stereotipa maschera del ‘rimprovero e cipiglio’?
Certo, la carriera professionale e le attività ricreative possono parzialmente risentirne. Ma se ne valesse la pena?”.

(Fonte: corriere.it)